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Appunti di una signora poco diplomatica


Uomini


25 aprile 2008

FIGURE DELL'ITALIA CHE ARRETRA

Mi sono assentata per un po', solo per un po', ma quante cose sono accadute, quante altre sono cambiate...
Ho scritto l'ultimo post soltanto tredici giorni fa, sotto il moribondo governo Prodi, ed ora eccomi qua, in piena era berlusconiana.
Soltanto tredici giorni fa c'era ancora una speranza, ma a niente sono valsi i miei scongiuri... C'erano ancora i partiti della Sinistra, ed ora non ci sono più. Spazzati via, con un soffio, dal Parlamento italiano.
Via anni di storia, di lotte, di sogni... e ricomincia la solfa, lo stanco annaspare di una nazione sull'orlo del disastro. Un popolo piegato, altro che. Talmente ripiegato, che è divenuto incapace  di critica e di autocritica; così ritiene provvidenziale affidarsi ai santi, agli unti  dal Signore, ai Masaniello, ai Savonarola...

Non è da poco lo sconvolgimento, eppure avverto che siamo già in fase di adattamento.
Ai più è sembrato naturale che Berlusconi ricevesse Putin nella villa in Sardegna. A me è sembrato abominevole che l'incontro tra due capi di Stato fosse condotto a trattativa privata.
Se avessi  tempo e voglia, mi soffermerei a interpretare la simbologia di questo evento... Vi leggerei sicuramente una manifestazione del disprezzo di Berlusconi verso i protocolli, e comunque verso le norme, che regolano la vita istituzionale e l'ostentazione, urtante, di un potere che deriva in via esclusiva dal soldo, dai suoi soldi, tanti...

Se avessi tempo e voglia cercherei di capire perchè gli Italiani si infammiano leggendo "La casta" e non si indignano, anzi, votano l'omuncolo imbonitore che del nostro Paese è diventato il padrone.

La patologia  del popolo è grave. Il popolo agonizza, insieme ai comunisti italiani. Talmente grave che, ancora, i leaders rantolanti della sinistra cosiddetta radicale ricercano l'antidoto nella riesumazione di un paio di arnesi ormai in disuso: la falce e il martello. Come dire: non c'è speranza e niente di nuovo e di buono possiamo più aspettarci da chi è ormai allo stremo. 

Per fortuna c'è Beppe Grillo che riesce a riaccendere lo sdegno e un po' di orgoglio nazionale... A dirla tutta, però, a me non piace l'idea che sia il comico a guidare il pensiero divergente di questo Paese (ammesso che un pensiero divergente veramente ci sia; ammesso che un pensiero ci sia). 
E tuttavia, che piaccia o no, se dovessimo individuare gli uomini che riescono a far palpitare gli Italiani in questo frangente, non potremmo prescindere da loro: Berlusconi, Beppe Grillo e Padre Pio: l'aspirante Dio, il diavolo e il Santo.  Tre figure emblematiche che ci riportano indietro di secoli... I modelli dell'Italia che arretra. 


25 marzo 2007

Immaginando... HENRY JOHN WOODCOCK

   Giunto alla ribalta in seguito alle inchieste che hanno scosso i mondi intoccabili della gente italiana che conta, Henry John Woodcock, il pm della Procura di Potenza dal nome straniero altisonante, è da più parti accusato di protagonismo, confuso ad arte con gli accusati e perciò sottoposto a controllo e guardato con preoccupazione da politici, benpensanti, moralisti, opinionisti e, ovviamente, da tutti coloro che temono di andare a finire in un qualche modo nel mirino di questo segugio che non guarda in faccia a nessuno. 
Ma chi è Henry John Woodcock? E cosa pretende di fare dalla sperduta procura potentina?
   Abbarbicata sulla dorsale appenninica, a 819 metri d’altezza sul livello del mare, Potenza è dunque una città spesso innevata, con strade in salita e in discesa, problemi di circolazione e di parcheggi, in parte risolti dagli ascensori, palazzine e palazzoni con tetti spioventi, edifici dalle indefinibili architetture, tra cui spiccano quelli della Regione, delle banche, dei giornali, dell’università e… del Tribunale.
   In questo contesto si colloca Henry John Woodcock, giovane e scattante PM che ha portato la città all’attenzione dell’Italia e del mondo. Un bel da fare per una città abbastanza tranquilla e, diciamolo pure, un po’ provinciale.

   Adesso proviamo ad immaginare il nostro Henry John mentre entra ed esce dal palazzone di Giustizia, avvolto nel giaccone (nevica, a Potenza, in questi primi giorni di primavera), preso d’assalto da giornalisti e paparazzi. Lui non parla, non ama fare dichiarazioni, monta sulla moto e si allontana con un rombo. Mitico. Infatti ha già la sua bella paginetta su Wikipedia, dove leggiamo testualmente:
   Molti lo conoscono come "il pm inglese, dall'accento napoletano". E infatti Henry John nasce nella contea di Somerset, in Inghilterra, da padre inglese e da madre napoletana. Vive a Napoli, ma quando nel 1996 diventa giudice, viene mandato a Potenza, dove fa subito arrestare per falso il direttore della cancelleria. Presto volge lo sguardo fuori dal palazzo di giustizia e dal confine territoriale e fa arrestare Rocco Loreto, ex senatore Ds e sindaco di Castellaneta (TA), con l'accusa di calunnia e violenza privata nei confronti di un magistrato della Procura di Taranto. E’ il 4 giugno del 2001. 

   Leggiamo ancora su Wikipedia:
(…) Henry John Woodcock è titolare di numerose clamorose inchieste.
  Non c’è dubbio: il giovane PM procede come un cane sciolto, annusando dappertutto per ricercare le cause dei cattivi odori. Le sue clamorose inchieste sono il frutto di un’opera certosina di pazienza e attenzione: quando gli viene un sospetto, procede con l’intercettazione, e se il sospettato pronuncia qualche nome, l’intercettazione viene diramata a rete.
   Da un verme, Woodcock risale al verminaio. La strategia è elementare.
E qui è d’obbligo un altro piccolo sforzo: proviamo a immaginare Henry John mentre ascolta le registrazioni. Che c’è di strano? Fa il suo dovere. Ogni pm coscienzioso dovrebbe farlo, perché, come dice Mastella, le intercettazioni «sono fondamentali per le inchieste sulla criminalità organizzata e sul terrorismo e i magistrati non possono fare a meno di questo strumento». Ciò che suona strano, invece, è il motivo per cui, lo stesso Mastella, vorrebbe limitarle. 

   Nel 2002 Woodcock subodora un giro di tangenti: raccogliendo la testimonianza di un ex dipendente di una nota azienda potentina edile, scopre quasi per caso un presunto giro di mazzette negli appalti relativi alla realizzazione delle sedi Inail ad Avellino, a Villa d'Agri (PZ) ed in altre città italiane. Ma l’inchiesta Inail si dirama presto in un secondo troncone che, suo malgrado, lo porta nel settembre successivo alla scoperta di tangenti per l'oleodotto di Viaggiano. Woodcock procede alacremente e subito provvede a determinare decine di fermi che vedono coinvolti politici lucani di primo piano, onorevoli, militari, imprenditori e manager. L’Eni e i vertici nazionali dell'Inail vengono messi sotto accusa.

   N
el 2003 l’instancabile Woodcock è alle prese con l'inchiesta Vip-Gate, nata da elementi raccolti proprio durante gli interrogatori dell'inchiesta-Inail. La tattica è sempre la stessa: segui un verme e scopri il verminaio.

   Nel mese di dicembre di quell’anno Henry John ci consegna il frutto del suo scrupoloso lavoro: 7.856 pagine d’inchiesta, 78 indagati, tra cui il cantante Tony Renis, la giornalista e conduttrice di Telecamere Anna La Rosa, il politico Nicola La Torre (all’epoca portavoce di Massimo D’Alema) e, udite udite, Sergio D’Antoni e Franco Marini, ex segretari Cisl; finiscono nell’inchiesta anche l’ambasciatore Umberto Vattani, Flavio Briatore e persino due ministri del governo Berlusconi: Antonio Marzano (Attività produttive) e Maurizio Gasparri (Telecomunicazioni). L’accusa è di associazione a delinquere, turbativa di appalti, estorsione, corruzione, millantato credito e favoreggiamento.

   L’indagine viene bloccata per “incompetenza territoriale”; gli atti vengono trasmessi al competente Tribunale di Roma che provvede ad archiviare l'inchiesta. Contro Woodcock viene avviata una denigratoria campagna di stampa che lo dipinge come un megalomane voglioso di apparire; il 18 marzo 2004 si muove anche il governo e l’allora Ministro della giustizia Roberto Castelli avvia un procedimento disciplinare. Ma Woodcock viene prosciolto e il Ministro è condannato al pagamento delle spese processuali.

   Il 22 novembre del 2004 vediamo Woodcock, insieme al sostituto procuratore della Dda lucana, Vincenzo Montemurro, impegnato nell'operazione "Iene 2" sui legami tra criminalità e politica nella gestione degli appalti in Basilicata. Cinquantadue gli arresti eseguiti dai Carabinieri del Ros. I reati contestati: associazione per delinquere di tipo mafioso, turbativa d'asta, estorsione, usura, riciclaggio e corruzione. Ne segue un boato per gli avvisi di garanzia eccellenti agli uomini politici lucani che si dichiarano estranei ai fatti contestati.

   Nel maggio del 2006 Woodcock è alle prese con il Somalia-Gate, che porta all’arresto di 17 persone. Si tratta della scoperta di un sistema di truffe ai danni di imprenditori di varie parti d'Italia che venivano raggirati. L'organizzazione, millantando legami con i servizi segreti e con le organizzazioni internazionali, induceva imprenditori a finanziare inesistenti progetti di joint-ventures per affari in Somalia ed all'estero. L'inchiesta arriva a toccare anche rappresentanti del governo somalo.

   Un mese dopo, precisamente il 16 giugno 2006, Woodcock chiede ed ottiene l'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, ed associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

   Ma dobbiamo fare un passo indietro di due anni per capire: Henry John, partendo da indagini molto più modeste, era giunto – senza volere – a subodororare loschi affari legati al casinò di Campione d'Italia. Seguendo il verme, inciampa nel principe...

   Siamo di fronte alle strane alchimie del caso. Il povero Woodcock aveva preso in esame la registrazione di una conversazione del 3 marzo 2005 tra l'indagato messinese Rocco Migliardi e l'imprenditore veneziano Ugo Bonazza:

Migliardi:
"Glielo dici al principe che gli porto diecimila euro per come siamo?"
Bonazza: "Sì, sì, vai tranquillo".

   Woodcock arriva a sospettare  che i 400 nulla-osta per macchinette da video-poker,  rilasciati dai Monopoli di Stato, potrebbero aver fruttato mazzette per Vittorio Emanuele.
Tutto qua. E scopre un altro verminaio, collegato ai precedenti, in cui risultano coinvolte 24 persone, tra cui il sindaco di Campione d'Italia Roberto Salmoiraghi e Salvatore Sottile, portavoce di Gianfranco Fini, Presidente di Alleanza Nazionale.
   Ma ciò che sconcerta è la connessione tra i vari verminai: dall’inchiesta emergono spunti anche per altre vicende ancora poco chiare, come il "Laziogate".

   Woodcock si mette a studiare le intercettazioni realizzate nei confronti di Salvatore Sottile, e saltano elementi interessanti sull’esclusione della lista di "Alternativa sociale" di Alessandra Mussolini dalle elezioni regionali del Lazio del 2005. L'ex consigliere comunale di Roma Fabio Sabbatani Schiuma, in data 12 marzo 2005 e poche ore prima che le agenzie battessero la notizia della esclusione della lista della Mussolini, confida al portavoce di Fini di essersi procurato 1300 schede anagrafiche del Comune violando, con l'aiuto di hackers, il sistema informativo dell'amministrazione di Roma.

   Così, senza addentrarci nella fitta rete di malcostume e malaffare, arriviamo al dicembre 2006: Woodcock apre a Potenza una nuova inchiesta, denominata Vallettopoli, relativa a ricatti orditi dall’agenzia fotografica Corona’s ai danni di politici, managers, giornalisti, vallette ed altro personale del mondo dello spettacolo. Il caso monterà nel marzo del 2007, quando tra i ricattati comparirà il nome di Sircana, portavoce di Romano Prodi, ripreso mentre abborda un transessuale.

   Ma cosa è stato di Vittorio Emanuele? Dopo un breve periodo di carcerazione nella casa circondariale di Potenza, seguito dagli arresti domiciliari in una confortevole villa ai Parioli, il 13 Marzo 2007 la Procura della Repubblica di Como, che per competenza territoriale ha preso in mano il caso, chiede l’archiviazione delle inchieste aperte nei confronti di Vittorio Emanuele di Savoia, dell’ex sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi, dell'imprenditore Ugo Bonazza, del conte comasco Giuseppe Rizzani e della signora Vesna Tosic.
   Ovviamente la Procura di Como assume questa decisione dopo aver ascoltato tutte le intercettazioni che riguardano Vittorio Emanuele, tra cui quella del 21 giugno 2006, in cui il principe, allora detenuto nel carcere di Potenza, avrebbe ammesso l'omicidio dello studente tedesco di 19 anni Dirk Geerd Hamer, colpito da un proiettile il 18 agosto 1978, mentre dormiva in barca presso l’Isola di Cavallo, in Corsica. Il contenuto della conversazione, come riportato dalla stampa, sarebbe il seguente:

   «Anche se avevo torto... devo dire che li ho fregati. È davvero eccezionale: venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti. Ero sicuro di vincere. Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga.»

   All’archiviazione dell’inchiesta su Vittorio Emanuele, segue a ruota il provvedimento del guardasigilli Mastella.
Il 16 marzo 2007 il pm Woodcock e il Gip Iannuzzi apprendono che il ministro della Giustizia ha incaricato il capo dell’Ispettorato Generale del dicastero di verificare se nella cosiddetta inchiesta di Potenza su Vallettopoli siano stati «realizzati comportamenti negligenti che possano aver determinato o favorito la violazione del segreto istruttorio o vi siano state condotte che abbiano portato alla violazione delle norme sulla privacy con l’indicazione delle persone vittime di estorsioni, siano esse commesse, tentate o anche solo programmate».

   E’ l’ennesima ispezione alla Procura di Potenza , la quarta in un anno e mezzo.
La situazione, per il solerte Woodcock, si mette male: nonostante tutto il lavoro svolto, rischia di passare per negligente.

   Ma noi ci auguriamo e gli auguriamo di poter ancora arrivare, per molte altre mattine ancora, puntuale, alle 7:30, al palazzone. E poiché siamo bravi ad immaginare, lo vediamo lavorare instancabilmente, come sempre, fino a tarda sera. Giornalisti e paparazzi sono appostati fuori per vederlo uscire. Lui si precipita al parcheggio, monta in moto e sparisce con un rombo. Sciarpa al vento, naso rosso… a Potenza nevica in questi primi giorni di primavera, fa un freddo cane, ma Woodcock tiene duro, perché sa che c’è un sacco di gente in giro che sguazza ancora impunemente nel malaffare.


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27 luglio 2006

PER NON DIMENTICARE... TIZIANO TERZANI

Domani saranno due anni dalla scomparsa di Tiziano Terzani. Sinceramente, non me ne sarei ricordata, ma un amico molto attento mi ha segnalato l’iniziativa proposta da Govinda, la newsletter ufficiale di tizianoterzani.com 
Grazie Mirco!
Domani, 28 luglio, dunque, sarà una giornata speciale, non per commemorare la morte di un uomo, un intellettuale dei nostri giorni, un grande reporter, ma per ricordarne l’impegno di una vita, riaffermando con forza il valore della pace. Lo si farà scegliendo e leggendo ad alta voce, in piazza e per le strade, un libro di Tiziano Terzani.

Per saperne di più, cliccate QUI.


"A sessant'anni, avevo preso una decisione euro-indiana, quella di andare in pensione, ma di fare come gli indiani: di partire per un viaggio più dentro che fuori. Davvero, non mi interessava più il mondo, dover andare ad inseguire le guerre... Tuttavia l'11 settembre era una di quelle vicende davanti alle quali non potevo continuare a guardarmi l'ombelico in cima ad una montagna. Dovevo rimettermi in cammino. E così ho fatto: due mesi alla frontiera pakistano-afghana, poi tre settimane a Kabul.
Ho sentito di avere un dovere: quello di raccontare una storia che da tanto tempo non raccontavo. Che è la storia della pace. Dopo trent'anni da corrispondente di guerra, dovevo fare qualcosa che era nuovo per me: il corrispondente contro la guerra". 
         dall'intervista a Tiziano Terzani raccolta da Alessandra Garusi


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17 luglio 2006

JOSH

Ricordi d'estate

  Come ogni estate, nel mese di luglio i miei genitori presero in fitto la casa per le vacanze al mare; per la seconda volta tornammo in una piccola località marina sulla costa jonica.
Ritrovai gli amici conosciuti l’anno prima, tra cui Josh.
  Era stato lui, l’anno precedente, a fare il primo passo per conoscermi, e poi mi aveva presentata al resto della compagnia, facendomi entrare nel suo gruppo.
  Quell’estate, però, accadde una cosa strana: Josh prese a comportarsi stranamente con me; pareva se ne stesse sulle sue, pronto a contraddirmi ed a contrastare tutto ciò che facevo o dicevo. Provai dapprima un profondo dispiacere, poi disagio… e infine fu guerra, perché mi provocava.
  Le nostre litigate, per i motivi più stupidi, cominciarono ad essere notate dagli altri, che tentavano di mediare, ma sempre con scarsi risultati. Io e Josh litigavamo per niente, trovandoci in disaccordo su tutto, e volavano parole da farci molto male.
     
  Josh mi divenne antipatico, così cominciai a fargli la radiografia dei difetti, trovandolo brutto. Capelli rossicci, lentigginoso, goffo, arrossato dal sole. La simpatia dell’anno prima era sfumata, lasciando il posto ad una vera e propria avversione. Ma una sera accadde l’impensabile.
  Fummo invitati ad un compleanno, ma la festa presto si rivelò di una noia mortale. Per la prima volta, dopo giorni e giorni di conflitto, io e Josh ci trovammo d’accordo e ce la svignammo.
  Avevamo da fare un bel tratto a piedi per rientrare, così decidemmo di tagliare attraversando i binari della ferrovia.
  Non so se era stato quel bicchierino di vodka ghiacciata, ma fummo presi da una grande euforia. Sottobraccio, cominciammo a cantare ed a zampettare, saltellando sui binari con grande incoscienza, ma sbellicandoci dalle risate per quel repertorio che avevamo scoperto di avere in comune, da maramaoperchèseimorto a singingintherain.
  Arrivammo dall’altra parte sani e salvi, ma anziché prendere la strada delle nostre case, deviammo verso il mare. 
Esaurite le risate, Josh si fece serio.
“Credi in Dio?” mi chiese all’improvviso.
Ci imbarcammo in una conversazione impegnativa sul senso dell’esistenza.
  Seduti su una duna di sabbia, al chiarore della luna che si rifletteva sul mare calmo e nero, Josh guidava il percorso della nostra conversazione, toccando i temi che più gli stavano a cuore.
Io lo seguivo, perché ormai avevamo deposto le armi ed era pace. Così, indietreggiando, giunse all’infanzia, e dopo compresi che era proprio là che voleva portarmi, per confessarmi un segreto troppo pesante.
  Mi disse che aveva subito una violenza, da bambino, che era stato sodomizzato da un adulto, un amico di famiglia, che questa cosa non l’aveva mai detta a nessuno, l’aveva sepolta sotto strati profondi d’oblìo, ma adesso emergeva, adesso che doveva provarsi e scoprire se era in grado di poter stare con una ragazza. Poi mi fece giurare di mantenere il segreto.




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24 marzo 2006

INCONTRO CON MAURIZIO ARTALE

Forse non tutti sanno che Maurizio Artale è il responsabile del centro di accoglienza “Padre Nostro”, creato nel quartiere Brancaccio di Palermo da don Pino Puglisi, il prete barbaramente ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993.
Vorrei parlare di Maurizio, perché mi sembra che la sua figura rappresenti una compiuta sintesi della Giornata della memoria e dell’impegno: con la sua operosità, infatti, Maurizio Artale mantiene viva la memoria di don Puglisi, coniugandola all’impegno del lavoro quotidiano all’interno di una realtà difficile, fortemente degradata e pericolosa.
Maurizio Artale parla poco di sé, ma si sofferma a lungo su Don Puglisi, ne racconta la vita, le lotte, la solitudine.
Don Puglisi è nato nella borgata palermitana di Brancaccio – racconta Maurizio – perciò conosceva molto bene il linguaggio ed i codici della mafia. Con le sue omelie, Don Puglisi parlava ai mafiosi ed ai parenti dei mafiosi, rapportandosi in maniera diretta e decisa, mosso dalla volontà di cambiare il “suo” territorio, di interrompere il circolo vizioso che conduce alla mafia.
Appena ordinato sacerdote, don Puglisi comincia a seguire con attenzione i giovani e si interessa alle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città. Non aspetta i fedeli in chiesa, ma va da loro. Incontra la gente nelle bettole, nelle strade, nelle manifestazioni di protesta. Sono gli anni Settanta e viene subito etichettato come “prete comunista”. L’etichetta di “prete antimafia” gli sarà apposta successivamente. In quel contesto, spiega Maurizio, apporre un’etichetta significa indicare qualcuno alla mafia. L’etichetta indica che quella persona è rimasta sola.
Nel 1990 Don Puglisi viene nominato parroco della Parrocchia S. Gaetano di Brancaccio, un quartiere degradato, nella parte Meridionale della città di Palermo, nel territorio della Seconda Circoscrizione, in cui la gente è abbandonata a se stessa e le vittime destinate ad ingrossare le fila della manovalanza mafiosa sono i minori.
La sua attenzione si rivolge al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, animato dalla volontà di riaffermare nel quartiere la cultura della legalità. Pronto a dialogare coi mafiosi, non ne accetta le regole e lo dimostra destinando a chi sta male i soldi raccolti per la festa di San Gaetano. Questa festa, chiarisce Maurizio Artale, aveva rappresentato sino a quel momento una legittimazione della mafia. Don Puglisi sfida la mafia, non per arroganza, ma per una semplice affermazione dei principi della legalità; perciò non scende a compromessi e respinge i soldi che gli vengono offerti per la ristrutturazione del centro di accoglienza.
Il racconto di Maurizio conferma la drammatica aderenza alla realtà del film “Alla luce del sole” di Roberto Faenza, ne evidenzia l’angosciante verità. Anche il racconto delle battaglie condotte dal prete per indurre l’amministrazione comunale a costruire una scuola media nel quartiere, richiamano alla mente alcune scene del film. La scuola è stata poi costruita, dice Maurizio, sette anni dopo l’assassinio di Don Puglisi. Sorride tristemente e aggiunge: “E’ venuto il Presidente della Repubblica ad inaugurarla, quasi fosse stata realizzata una grandissima opera… Per Don Puglisi era semplicemente assurdo che in quel quartiere, negli anni Novanta, non ci fosse ancora una scuola”.

Grazie Maurizio per averci ricordato Don Puglisi e per averci aiutato a riflettere con la tua semplicità ed il tuo coraggio. Non ti ho chiesto il permesso, ma voglio riportare queste tue parole perché mi sembrano estremamente importanti, profonde, struggenti:
“Sono Siciliano io. Sono nato e cresciuto nel quartiere di Falsomiele. Se mi minacciano? Mi faccio due conti: potrei morire in un incidente aereo… potrei morire per una caduta, scivolando per terra e sbattendo la testa. Se mi minacciano per quello che faccio, almeno muoio per le mie idee. Certo potrebbero dirmi abbiamo conosciuto tua moglie, sappiamo dove vanno a scuola i tuoi figli… So che cosa significa… Ma so anche che il male dà un profitto immediato, mentre il bene va costruito... Ci sono le cadute e ci rialziamo”.


18 luglio 2005

PENSIERO PER CIRO EUGENIO MILANI

   Non lascerò una canzone questa notte, ma un pensiero per Ciro Eugenio Milani, giovane giornalista, autore del blog "primadipartire diario pubblico di un aspirante suicida", cominciato il 18 aprile 2005 e concluso, poco prima che si togliesse la vita, il 12 luglio.
  Ciro ha aperto il blog annunciando la sua idea in maniera fredda e determinata:

 
Manifesto
18 aprile 2005

Ecco qui il mio primo post, l’introduzione, il manifesto.
Questo è il diario pubblico di un aspirante suicida.
Un aspirante suicida: perché ormai le idee le ho chiare, so cosa farò e so quando lo farò. Però sono anche un esibizionista, e così voglio con questo blog condividere un po’ dei miei con chiunque passi di qui. (...)

  Ed ha continuato, facendo la conta alla rovescia, disseminando in rete il suo malessere,  intessendolo attraverso la creazione di altri blog, intrecciando post, pianificando nei dettagli il momento finale, e il come e il dove, prevedendo persino il "dopo", post-datando i suoi interventi. Una morte annunciata e condivisa con visitatori e commentatori.
  Ma adesso mi accorgo di non poter aggiungere altro. 
  Chiudo pensando a quanto deve essere stata grande e insopportabile la sua solitudine.






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